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TSDR 6th Birthday - Contest di scrittura


  • Per cortesia connettiti per rispondere
148 risposte a questa discussione

#1 Guest_ciel _*

Guest_ciel _*
  • Ospiti

Inviato 26 August 2013 - 19:17

TSDR 6th Birthday
Contest di scrittura



  1. Il tema del contest è l'identità, come precisato nel topic delle iscrizioni.

  2. Il lavoro dovrà essere opera vostra, ovviamente, e non verranno ammessi lavori scritti in precedenza e/o per altre occasioni.

  3. Sono ammesse sia storie originali che fandom, ovvero racconti con personaggi ed ambientazioni non inventati da voi.

  4. La storia dovrà essere autoconclusiva, eventuali primi capitoli o finali aperti non saranno accettati.

  5. Fatta eccezione per elaborati a sfondo pornografico, verranno accettati anche lavori di rating rosso.

  6. Il limite massimo di parole è di 3'000 e non verranno concesse proroghe di alcun tipo. Per il conteggio potrete utilizzare questo sito.

  7. Gli scritti andranno postati in questo topic.

  8. Avete tempo fino alla mezzanotte del 7/9/2013. Gli elaborati presentati dopo la data di scadenza non verranno accettati.


Ricordatevi inoltre di utilizzare questo schema quando posterete il vostro racconto:

CODICE

<b>Titolo:</b>
<b>Autore:</b>
<b>Fandom:</b>
<b>Rating:</b>
<b>Conteggio parole:</b>
<b>Note:</b>





Lista dei partecipanti

ƒlaMe
toyosatomimi no miko
alex_fire
Master Keyblade
risefire
~Tidus
Sasuke Eternal Mangekyo
Nadja
Dolan.
*Light*Uzumaki*

claud97
Guri
Mr-Nobody


Edited by ciel - 8/9/2013, 11:28



#2 Guest_risefire _*

Guest_risefire _*
  • Ospiti

Inviato 07 September 2013 - 16:46

CITAZIONE
Titolo: Il Condannato
Autore: risefire
Fandom: //
Rating: Giallo
Conteggio parole: 1978
Note: //

Il pendolo dell’orologio posizionato nella sala centrale di quel sontuoso,ma al contempo essenziale nelle cromature, edificio fece risuonare in quell’aria insana e carica di tensione il greve rintocco di un’ora qualsiasi della notte. Una notte che dall’esterno poteva apparire placida e argentea per via della meravigliosa luce emanata dalla luna, ma che tuttavia non si sarebbe dimostrata tale.
Le pareti di quel maniero apparivano scure durante le buie e di un insignificante e puro bianco di giorno; si vociferava, o era di comune accordo, che quella non-sfumatura trasmettesse serenità all’animo.
L’arredamento di conseguenza non poteva che essere minimale e conforme all’ambiente: di certo non ci si poteva aspettare altro da un luogo del genere.
Nessuno venne svegliato di soprassalto e nessun regolare respiro venne interrotto e nessuno tentava di fuggire da quella realtà; ma qualcosa si stava muovendo in quell’aria silenziosa, anzi qualcosa stava fluttuando. La figura che apparve dal nulla era vestita di una logora tunica di un grigio ormai sbiadito, il viso oscurato da un cappuccio altrettanto vecchio e lacerato. Non emetteva alcun tipo di rumore, sfiorò le tende ma queste non si degnarono di fare il minimo movimento. Niente mutava, nemmeno il tempo o lo spazio.
Attraversò quei lunghi e soffocanti corridoi, fino a raggiungere una porta socchiusa in cui vi era qualcuno che continuava a svolgere incessantemente il proprio lavoro: oziare, seduto su una lussuosa poltrona ricoperta da un tessuto pregiato indiano, e contare i giorni prima delle ferie. Lavorava, per così dire, in un ambiente non totalmente illuminato, infatti bastava la pallida fiammella di una candela per quel tipo di attività. Inoltre, l’uomo dai tratti somatici severi e dalla conformazione fisica più che esile presente in quella stanza si lamentava laboriosamente del degrado della società, mettendo in atto un teatrino tanto comico quanto squallido.
L’essere stava probabilmente attendendo il momento giusto prima di poter entrare, nel mentre anche lui sorbiva passivamente quel discorso unilaterale e sembrava comprendesse la lingua.
Era giunto il momento: incredibilmente quell’essere dunque etereo attraversò la porta e si avventò ferocemente contro l’attore improvvisato nella stanza. La risolutezza con cui quest’atto venne compiuto venne impercettibilmente percepita dal direttore, tuttavia si poteva notare qualcosa nei suoi occhi: lentamente perdevano la tipica luce che caratterizza gli occhi lascivi e freddi, altrettanto lentamente il soffio vitale evadeva dal suo corpo. Senza il minimo movimento muscolare il corpo si irrigidì e ritornò con la testa appoggiata ad un braccio: sembrava che pensasse a cosa fare nell’infinito tempo libero che aveva, sembrava che borbottasse con il capo chinato verso il basso. Nulla di più normale, in fondo.
L’essere che fluttuava era insoddisfatto dell’accaduto, non aveva raggiunto il suo obiettivo, così si voltò impercettibilmente e ripercosse il breve tratto che conduceva lo studio del direttore a quello di una precisa porta, di una precisa stanza, di un preciso paziente.

Il signor Anderson aprì gli occhi quella mattina come tutte le altre in quella specie di cella neutrale. Nulla che lo stimolasse, nulla che gli trasmettesse il più fioco accenno di emozioni. Si sentiva apatico, ma non era una novità, era una parte di se stesso. Gli sarebbe per certo piaciuto governare “le altre parti”, ma non era capace ed era proprio per quel motivo che lui si trovasse rinchiuso in quelle mura.
Passava la prima parte della mattina mangiando di rado la poltiglia che gli propinavano come “colazione e immaginando sul candido soffitto scene assai macabre, in particolare una che era la sua preferita: richiamava un quadro che aveva avuto la possibilità di ammirare grazie ad una mostra giapponese e mostrava l’esecuzione di un giovane uomo nudo e inginocchiato davanti ad un altro in armatura, il particolare si poteva notare sul viso dell’uomo vestito di scaglie scarlatte: era la copia esatta della sua vittima. Anderson non aveva la capacità di definire se quell’illustrazione volesse dire di più, quindi rimaneva semplicemente inerme davanti alla criptica illustrazione.
Capitava che l’armatura scarlatta si materializzasse davanti ai suoi occhi, ma tutte quelle cose illogiche erano all’ordine del giorno, per lui. Anzi, non era di certo la persona che versava nelle condizioni peggiori, lì dentro. Il cartello fuori stante, seppur eroso dalle continue tempeste di grandine e vento, riportava un messaggio ben chiaro ai più: “Clinica Psichiatra”. Quindi Anderson era stato considerato, tempo addietro s’intende, uno squilibrato, uno con “qualche rotella fuori posto”; tuttavia, soprattutto nell’ultimo periodo, gli eventi suggerivano che egli non soffrisse più di disturbi psichici, anzi sembrava esserne totalmente guarito. Egli trovava questo pensiero sintomo di una nuova crisi, ma la verità era un’altra: provava piacere nel vivere in quella pace quasi indisturbata, se non fosse per quelle “fastidiose visite perdi-tempo”, così le definiva lo stesso Anderson. Ed era proprio ad una di quelle visite che si stava dirigendo, a cui sicuramente avrebbe preferito ribellarsi come faceva la maggior delle persone lì dentro, ma l’estrema lucidità che dimostrava avere non glielo avrebbe mai permesso.
Fu proprio nell’attimo prima di entrare nello studio a lui assegnato che si accorse di aver scorto qualcosa muoversi in modo snaturato non troppo lontano da lui, ma fu una visione rapidissima. Non si fidava più dei suoi sensi, pertanto sollevò nuovamente il capo nella stessa direzione. La visuale ora era ancora più oscura di prima, seppur ci fossero dei faretti illuminanti posti sulle pareti, e si accorse di trovarsi davanti un essere diverso dal genere umano. La reazione più spontanea, ossia provare quell’inebriante ed eccitante paura dell’ignoto, non si verificò, anzi venne richiamato verso l’interno di quel cappuccio. La sorpresa fu tale da mozzargli il fiato all’istante: i tratti somatici nascosti rivelavano una copia esatta della faccia del paziente Anderson, caratterizzata da un insano sorriso e da occhi che sembravano essere continuamente in cerca di qualcosa, un qualcosa che gli facesse brillare.
“Lo desideri anche tu, non è vero?” , questa fu la domanda che il giovane Anderson si sentì rimbombare nella mente. Ora aveva solamente un corridoio vuoto da ammirare e fu come se niente fosse accaduto.
Provato da una tale esperienza, che avrebbe potuto essere la peggiore da lui fatta, non aspettò altro tempo per varcare la soglia dello studio. Aveva bisogno d'aiuto, ancora.
E ancora, quella notte si palesò ancora la creatura che, a differenza della notte precedente, aveva bene in mente dove avrebbe dovuto dirigersi e cosa avrebbe dovuto fare. Aveva dato prova di poter privare della stessa linfa vitale una persona priva della sfera d’emozioni tipica degli essere umani; ora niente le avrebbe potuto impedire di mettere in atto un ulteriore tentativo su un essere umano diametralmente apposto a quello alla cui vita aveva attentato. “Quella feccia.”, questo non era per certo un suo pensiero, ma aveva stampata nella sua mente questa semplice ma agghiacciante frase.
“La casa” non era totalmente buia quella notte, non poteva vantarsi del silenzio più assoluto, perché l’accaduto della notte passata aveva scombussolato il precario equilibrio in quella clinica, pertanto qualcuno doveva pur poter avvisare in caso di ulteriori imprevisti. Infatti fu chiamata una custode tanto anziana quanto pura d’animo, così tranquilla e sulle sue che non si sarebbe potuto dire che fosse lì per sfoderare il coraggio e il sangue freddo da un momento all’altro; si sarebbe anche potuto dire che avrebbe tranquillamente potuto avere un attacco cardiaco da un momento all’altro.
Qualcosa che si differenziava totalmente dall’assenza di emozioni attirò quell’essere fluttuante, che sembrava fosse più assetato rispetto alle ore passate. Quel qualcosa lo faceva sentire in qualche modo vivo e colorava il grigiore della sua lacerata tunica. L’anziana signora stava occupando il tempo in maniera creativa: cercava di comporre una sorta di album fotografico con le foto per lei più cariche di indelebili ricordi. In realtà, seppur il desiderio di far finire tutto fosse vivido, la creatura si fermò davanti a lei leggermente sgomenta; quelle foto la mandarono in confusione. Tuttavia passarono pochi secondi prima che agisse: provò una sensazione completamente differente da quella generatasi la notte passata, adesso si stava davvero nutrendo. Addirittura la reazione consequenziale fu diversa: la vecchietta non si era abbandonata sul freddo pavimento. Ora era capace di vedere ciò che prima risultava esserle impercettibile e invisibile e per di più ne vedeva il vero volto, tuttavia non era capace di reagire in alcun modo. Gli balenò in mente che quella faccia le era familiare.
Il signor Anderson ebbe un risveglio, quella mattina, molto diverso rispetto a tutte le altre mattine: la sua mente era occupata da pensieri turbinanti riguardanti quello strano incontro o visione avuta esattamente ventiquattro ore prima, tuttavia anche qualcosa d’altro lo stava agitando già durante i primi minuti della sua nuova giornata: l’apatia tipica degli ultimi tempi era stata sostituita da un senso di nostalgia e di immancabile desiderio di rincontrare una persona, qualcuno che lui sapeva non avesse mai avuto a che fare con lui. La stranezza era accentuata dal fatto che potesse immaginare un vago ritratto di tale persona sul soffitto, come gli accadeva per la visione del Condannato.
Non sarebbe passato tanto prima di tornare nella sua stanza dato che doveva solamente eseguire il solito controllo di routine. Mentre si stava dirigendo lo studio egli vide la custode sostituiva, con cui aveva legato nei primi tempi della sua permanenza lì dentro. Avvertì una stranissima sensazione che gli pervase l’intero corpo, in particolar modo azzerò per qualche secondo le sue funzioni motorie e psichiche ed è proprio in questo momento che rivide lo stessa figura del giorno passato di cui ora distinse i tratti somatici.
Non ci voleva credere, eppur credeva di aver attenuato gli effetti del suo principale disturbo.
Ritornò nella sua stanza, così comunicò la sua assenza e si mise nuovamente a riposare.
Aprì gli occhi, ed era notte.
Prese a parlare, come se sapesse già che fosse lì, con lui: “ Ti presenti nuovamente, dopo molto tempo. Ti dirò di più: sono sorpreso dalla tua nuova forma, questa volta non ti sei limitato a manifestarti solo in mia presenza. Hai agito seguendo le indicazioni del mio più profondo subconscio, quella parte che, almeno fino a pochi giorni fa, non sembrava fosse condizionata da te. Confesso, la prima volta che mi sei apparso davanti ho pensato fossi una normale allucinazione, ma evidentemente così non è. Mi devi perdonare, anzi oserei dire che devo perdonare me stesso, no? Che madornale errore è stato considerarti una semplice manifestazione immaginaria!Questa è stata la più grande offesa che io mi sia potuto fare!
Dovevo capirlo sin da subito,no? Ti sei permesso nuovamente di sfruttarmi per toglierlo di mezzo, come avevi già tentato di fare parecchio tempo fa. Questa volta, tuttavia, ce l’hai fatta. Lo hai ucciso, il direttore.
Esigo però che tu mi chiarisca.”

L’essere, che ormai si era liberato del cappuccio, era l’esatta copia del signor Anderson. Fino a quel momento non aveva accennato il minimo movimento, era rimasto lì ad ascoltare. Le labbra si contrassero in un sorriso maligno e al contempo insano e una voce distorta ne uscì: “Anderson, mi lusinga il fatto che tu spenda parole così accorte per me. E smettila di parlare di me come se fossi una tua copia, smettila.
Parti, purtroppo, da presupposti sbagliati: sono IO che ho voluto agire in quel modo. Ero stanco di quell’apatia sempiterna e così ho ben pensato di giocare con voi umani: siete così tremendamente ingenui e inconsapevoli oppure capita l’esatto opposto, di trovare persone con un briciolo di consapevolezza.
Prima il direttore, ma la sua sfera emotiva era praticamente nulla, quindi ho finito per azzerargli la linfa vitale. In seguito la signora Pahmworth, così graziosa e così succulenta. Lei sì che aveva tanto da darmi, ed è stato meraviglioso godere di quelle emozioni.
Non è in fondo questo quello che cercavi? Vivere. Se non con i soliti farmaci, ai quali soccombo, tu non potrai fermarmi.


Su quella porta, la porta del paziente, vi era una targhetta: “Sig. Scott Anderson,” con un incisione molto piccola, “diagnosi: disturbo bipolare”.



Edit: ho messo a posto la questione "Fandom".

Edited by risefire - 7/9/2013, 16:36

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#3 Guest_alex_fire _*

Guest_alex_fire _*
  • Ospiti

Inviato 07 September 2013 - 17:54

CITAZIONE
Titolo: Lo spettro nell'acqua
Autore: alex_fire
Fandom: no
Rating: giallo
Conteggio parole: 485
Note: il racconto è basato su un mito greco, reinterpretato per adattarlo al tema del contest.

Poco alla volta le onde si calmano, la superficie dell'acqua torna liscia e il riflesso si ricrea dove era scomparso l'ultima volta. Un viso di rara bellezza, capace di far innamorare chiunque lo vedesse, chiunque lo scorgesse anche solo di sfuggita... uomo o donna, bimbo o anziano. Chiunque.
Il ragazzo cui apparteneva quel riflesso, Narciso, rimase a specchiarsi per qualche minuto sulla superficie dell'acqua.
Ma oltre alla smisurata bellezza, Narciso poteva scorgere ben altro. Aveva sempre considerato l'immagine riflessa un semplice mezzo per ammirare se stesso, ma quel giorno capì che negli occhi specchiati dall'acqua riusciva a vedere molto più in profondità, nella sua anima. Poteva individuare uno ad uno ogni sentimento che aveva provato nell'ultima ora: in principio, era la rabbia. Poi il rimorso, tristezza che diventa disperazione e autocommiserazione che si tramuta in odio verso se stesso.
Infine, dopo aver corso senza meta nel bosco in cui lui e il suo migliore amico erano soliti andare a caccia, aveva raggiunto il lago in cui adorava specchiarsi per adorare la sua figura. Ma quella volta non si riconobbe.
Per quanto si sforzasse, la sua identità sembrava essergli sfuggita come sabbia fra le dita ed era incapace di capire chi fosse realmente, a chi appartenesse quel bel viso davanti a lui.
<< Aminia... >> disse a bassa voce, quasi sussurrando.
Prese velocemente fiato e immerse il volto nel lago. Si dice che l'acqua sia vita, che sia simbolo di purezza e che possa quindi lavare i nostri peccati.
Restò qualche secondo, poi riafforò e non appena l'acqua si calmò ricominciò subito a specchiarsi sperando di riconoscersi. Ma lì, davanti a sé, ogni volta trovava solo quel mostro che aveva ucciso un uomo. Quel mostro che aveva rifiutato Aminia, il suo migliore amico, segretamente innamorato di lui e lo aveva spinto a togliersi la vita.
Non c'era nessun altro nell'acqua. Nessun altro.
<< Aminia! >> ripetè, sperando che l'amico comparisse ancora vivo e lo perdonasse.
Immerse di nuovo il volto nelle gelide acque che, come prima, gli davano la sensazione di avere un cappio intorno al collo. Stavolta vi rimase più a lungo, fino a realizzare che quelle percezioni erano invece ciò di cui aveva bisogno.
Tornò fuori, aspettò che l'acqua si calmasse e finalmente lo trovò: il suo volto. Finalmente si riconobbe... Narciso, il mostro di smisurata bellezza. L'altro, il bel ragazzo, o ciò che ne rimaneva, era ormai solo uno spettro imprigionato dalle onde del lago.
Sospirò ancora una volta, ormai afflitto dal peso di ciò che era diventato. Immerse infine il suo volto nell'acqua e poi si lasciò scivolare dentro, sempre più giù.
I suoni vennero soffocati e la luce si fece sempre più debole. Arrivato in fondo, Narciso provò per un breve istante che le speranze perdute gli fossero state interamente restituite. Un'illusione che durò solo un breve ma intenso istante.

#4 Guest_Mr-Nobody _*

Guest_Mr-Nobody _*
  • Ospiti

Inviato 07 September 2013 - 18:00

CITAZIONE
Titolo: Ferklempt - When something makes you well up inside, and you're on the verge of tears.
Autore: Mr-Nobody
Fandom: No
Rating: Giallo
Conteggio parole: 886
Note: Prima della lettura del testo, è consigliata la visione della pagina Carnevale di Venezia (wikipedia) per cogliere immagini più chiare dal testo dabbasso.
Collegato anche al lavoro utilizzato nel contest di Fotografia.

Giorno 0

“Hai avviato il tutto? È tutto pronto?”
“Sì, sì. Non ti preoccupare. Ho il progetto ed il disegno sottomano. Anche i materiali.”
“Ricordati: fai attenzione. Non puoi sottovalutare certe cose, anche se ti sembrano le più naturali.”
“Ho una certa dimestichezza con gli attrezzi del mestiere. Lavoro qui a Venezia da anni, capito novellino? Siediti ed osserva. E smettila di avere ansie, o poi non dormi la notte.”
“Certo, certo…”

Giorno 1

Sento.
Dove mi trovo? Cosa sto facendo? Eppure…
Sento.
Non importa, adesso non riesco a concentrarmi.
Sento il sonno trascinarmi con sé.
Ho davvero tanto, tanto sonno.
Ci penserò la prossima volta in cui me ne ricorderò.

Giorno 2

Sento. Ancora.
Ma dove mi trovo, dunque? Cosa sto facendo?
Sono sicuro di sentire. Sento il silenzio. Poi dei rumori soffocati.
Sento, ecco… dei passi. Ed una voce. Sì, una voce.
Ma non riesco a restare sveglio.
Ci penserò la prossima volta in cui me ne ricorderò.

Giorno 3

Buio.

Giorno 6

“[…]-ccola qui. È questa.”
“Davvero? Ma è meravigliosa. Posso prenderla, posso? Ti prego!”
“Va bene. Per ora lasciala lì, quando ti servirà tornerai a prenderla.”
Allora non sono pazzo. Allora è vero. Io ho sentito delle voci. LE HO SENTITE!
Ma perché nessuno riesce a sentire me? Perché?
Sono sicuro che c’è qualcosa qui, oltre me. Potrei giurarlo!
Qualcuno mi dica qualcosa. Per favore!


Giorno 8

Quanto tempo è passato? Oramai ho perso il conto. Mi sento pesante. Anzi, leggero. Mi sento diverso.
Ma sono sicuro che in me, in fondo, non è cambiato nulla.
Aspetta!
Dei rumori!
Saranno le voci! Che bello. Sono davvero felice.
Si avvicinano!
“Eyelids, Eyelids! Veloce, fa’ in fretta, siamo in ritardo!”
Eyelids? Capisco. Hanno un nome, loro. Ed il mio, qual è?
“Eyelids, avanti!”
“Mamma, arrivo! – Quanto la fa lunga. Che vuole che siano due minuti di ritardo..
Eccola. Wow, è bellissima. Non ci posso credere. Dovrò assolutamente ringraziare papà quando tornerò dalla festa. ”
Ciao! Ehi, mi senti?
Perché non mi rispondi?
Cosa – ferma, non toccarmi! Lasciami andare!
No, non lasciarmi andare, potrei cadere e rompermi! Attenta a come mi maneggi! Ho paura. Ti prego fermati!
Non riesco a vedere nulla, eppure intorno è tutto in movimento. Eyelids, cosa mi stai facendo?
Lasciami andare!
“Mamma, hai visto che bella?”
“Molto carina. Si vede che è di papà. Indossala!”
“Va bene, ma solo per un secondo. Vorrei provarla per bene solo una volta arrivata alla festa.”
Cosa sta succedendo? Adesso... riesco a vedere. Allora il mondo è così.
“Stavi benissimo. Intanto eccoci, siamo arrivati. Mi raccomando, non fare tardi, quando torni vieni in camera a svegliarmi. Capito? Eyelids, mi stai ascoltando?”
“Sì mamma, a dopo, ora vado, ciao!”

No. No. Voglio vedere ancora. Ti prego, Eyelids, indossami di nuovo.
Perché non mi senti? Capisco. C’è della musica che si ripete. Continua ad essere simile a se stessa, ma si avvicina sempre di più. La sua eco si fa più nitida, cos’è? Ci sono anche delle voci.
“Ciao Eyelids!”
“Ehi, ragazzi Eyelids è arrivata!”
“Ciao bambola. Come stai? Finalmente ci vediamo!”
“Sei pronta per ballare? Avanti, andiamo in pista!”
“Arrivo ragazzi, è così bello rivedervi. Non vi avevo riconosciuto conciati in quel modo. Aspettate solo un secondo, devo indossarla, ma devo fare attenzione a non rovinarla!”

Sento del tepore avvicinarsi; è una sensazione così dolce, come se qualcuno mi stesse abbracciando. Anzi, indossando.
Adesso, adesso riesco a vedere di nuovo. Riesco a distinguere sagome diverse, luci. Allora il mondo è questo.
Ci sono dei visi, ma perché sono tutti così coperti? Vedo così tanti volti, ma perché sono tutti coperti?

-Perché questo è il nostro compito.

Chi ha parlato? Allora mi sentite! Ragazzi!
-Non sognare. Loro non ti sentono. Non si accorgeranno mai di noi, eppure noi ci accorgeremo sempre di loro, anche quando non vorremo farlo. Fino a quel giorno in cui ci butteranno e, forse, cesseremo di annoiarci.
Chi sei? Perché parli senza muovere la bocca?
-Chi sono? Non abbiamo un nome. Non di solito, almeno. Però, guardaci: siamo bellissime. Abbiamo sulle nostre curve dei lineamenti artificiali, siamo perfette, senza alcun’imprecisione. Tu hai un nome?
Non lo so. Ma cosa significa tutto questo? Che senso ha, allora? E perché viviamo?
-Dio è morto, la vita non ha senso e ne ha ancora meno preoccuparsene.
Allora il mondo è questo.
“Ragazzi, che ne dite, andiamo a sederci? A prendere una birra?”
“Aspetta! Vado a togliere il costume e poi ci mettiamo comodi.”
“Fanculo il costume, togliti la maschera e vieni!”
“Attento, la rompi! Fammi almeno sistemare, ecco, c’è un attaccapanni ed uno specchio. Arrivo, dammi due minuti.”
Questo è uno specchio? Ma allora io sono… Ferma, non lasciarmi qui. Eyelids, Eyelids! ASCOLTAMI!

Per un momento, uno solo, quella ragazza si voltò. Guardò la maschera che suo padre le aveva
regalato, come se avesse parlato. Giurò di aver sentito il suo nome. Ma Eyelids era una persona noncurante.
Non si preoccupava delle cose.
Quel giorno, quella maschera venne lasciata di fronte ad uno specchio. Eppure, era incapace di vedersi.
Se avesse potuto farlo, chi avrebbe visto, esattamente, quella maschera?


Giorno 9, e tutti i giorni a seguire.

Sono una maschera.
E quando gli umani mi indossano, vedo attraverso i loro occhi.
Ma quello che vedo è, sempre, un mondo grigio e distorto.

Edited by Mr-Nobody - 7/9/2013, 14:07

-Penso a un milione di misteri,
del mercurio sotto la lingua
e mi domando:
se sgranocchiassi il termometro
e se bevessi del mercuriocromo,
vedrei l'altro lato dei mondi?.



#5 Guest_ciel _*

Guest_ciel _*
  • Ospiti

Inviato 07 September 2013 - 18:02

Ragazzi, due chiarimenti: dovete postare il lavoro con l'account fake, non ha senso segnalare il nome fasullo dell'autore nella scheda se poi postate col vostro account principale.
E poi, mi aspettavo lo sapeste, ma per fandom non si intende il genere. Segnalare il fandom vuol dire che il racconto è una fan fiction e non un'originale.



#6 Guest_Nadja _*

Guest_Nadja _*
  • Ospiti

Inviato 07 September 2013 - 21:37

CITAZIONE
Titolo: Farfalla
Autore: Nadja
Fandom: No
Rating: Verde
Conteggio parole: 104
Note:Non è molto ma spero vi piaccia

Un giorno una farfalla si posò sul fiore più colorato del giardino dove incontrò un'ape indaffarata nella ricerca di qualche fiore. La farfalla vedendola affaticata disse: "Vieni e riposa con me amica ape, c'è spazio a sufficienza per tutti e due. "- ma l'ape rispose "Non sono mica come te che passo le giornate a non far nulla su un fiore, ho cose più importanti da fare." e volò via. La farfalla pensò " La mia vita non dura che un soffio di vento, quell'ape lavorando sempre nello stesso giardino non vedrà che esso, io nella mia breve vita conosco i colori del mondo."

"Lasciate ai cuori la capacità di amare e alla mente la capacità di ingannare."



#7 Guest_*Light*Uzumaki* _*

Guest_*Light*Uzumaki* _*
  • Ospiti

Inviato 07 September 2013 - 21:37

CITAZIONE
Titolo: Limbo
Autore: *Light*Uzumaki*
Fandom: si
Rating: Giallo
Conteggio parole: 771
Note: Il racconto parla di un'uomo e della sua esperienza ultradimensionale vissuta mentre il suo corpo fisico è in stato di coma, ho preso spunto anche da kingdom hearts nel scriverlo, spero vi garbi.

Di quei giorni non ricordo quasi nulla. Buio, Ero immerso nell'oscurità, senza via d'uscita pensavo solo a chi fossi e allo scopo della mia vita. Non ricordavo niente di me, da dove venivo, dove vivevo, cosa facevo ma soprattutto cosa ero?.
Mi sentivo vuoto dentro ero solo pervaso da ricordi non miei che mi riempivano la testa, facendomi sentire sempre più estraneo di quel nero mondo, sopravvivevo solo aggrappandomi alle tenebre cercando una luce, un'uscita da quel limbo eterno.
Passarono giorni, settimane, mesi senza cambiare niente: -forse non dovrei soffrire così tanto, forse non dovrei sforzarmi di non sprofondare, forse non dovrei la luce attendere ma l'oscurità accogliere, forse non dovrei semplicemente esistere...-
Ma un giorno la sentii, sentii una voce, una voce chiamare un nome, il mio nome, non ricordo quale fosse ma sapevo che era il mio, gridai più forte che potevo cercando di farmi sentire ma non ricevetti risposta... mi limitai ad ascoltare, finchè pian piano la voce si allontanò fino a scomparire nel nulla proprio da dove era arrivata.
Questo evento però fece accendere un luce, una piccola scintilla dentro me,un barlume luminoso chiamato speranza!.
Tutto ciò mi diede forza, la giusta forza per non farmi mollare, la forza per non arrendermi, per non rassegnarmi, per non cedere e scomparire, per non cessare di essere.
I giorni seguenti passarono veloci, erano sempre uguali, ma io sentivo che qualcosa stava cambiando finchè un giorno vidi qualcosa.
Una piccola luce in lontananza, sembrava una piccola fiammella d'una candela, era distante ma in quel momento provai una particolare sensazione... era come se sentissi il calore di quella luce pervadermi in tutto il corpo, come quando si è abbracciati dalla propria anima gemella. Deciso su ciò che stavo per fare inizia a correre verso essa: - ti prego non scomparire, aspettami, portami via di qui-
Ad un paio di metri successe qualcosa, la luce si fuse con l'oscurità immergendomi dentro essa e all'improvviso il nulla, non vedevo ne oscurità ne luce, non sentivo ne caldo ne freddo, non so come descrivere quel "posto" era simile al limbo in cui ero prima ma allo stesso tempo molto diverso, non mi faceva sentire felice ma neanche triste non m' infondeva emozioni e non me ne faceva provare.
Da lì a poco la risentii, la voce dello scorso giorno, mi chiamava, adesso riuscivo a capire ciò che diceva: - non mi lasciare "_ _ _ _"! non mi lasciare! vieni verso di me, segui la mia voce! -
In quell'istante capii cosa dovevo fare, mi girai spontaneamente verso la mia sinistra e cominciai ad avanzare finchè trovai qualcosa, era una chiave, situata ai piedi di una porta.
Non notai niente sulla porta eccetto la maniglia, così provai ad aprire.
Aperta la porta vidi che al suo interno si trovava il limbo dal quale ero venuto,esitai ad entrare fissando quel buio sconfinato ma la voce sembrava proprio provenire da lì, così decisi d'inoltrarmi di nuovo in quell'oscurità.
Tornato nel limbo continuai a seguire la voce che continuava a ripetere il mio nome, ma qualcosa era diverso, mi sentivo osservato, come se ci fossero degli occhi, occhi ovunque intorno a me che mi osservavano facendomi provare una sensazione di oppressione. Ma non mi persi d'animo e continuai a correre verso la voce stringendo tra le mani la chiave che avevo trovato, finchè in lontananza vidi una serratura, era difficile non notarla poichè era una serratura dal contorno luminoso, giunto dinanzi ad essa la voce svanì, ma ne sentii un'altra:
-Ora sta a te decidere, aprendo quella serratura con la tua chiave puoi tornare nel tuo mondo fisico e continuare la tua esistenza come tutte le persone normali, ma può anche succedere il contrario, può darsi che l'oscurità di questo luogo si impossessi di te condannandoti alla peggiore delle pene. Sei disposto a scommettere sul tuo cuore?-
Non passò un secondo da quando la voce svanì che aprii la serratura.
Pian piano aprii gli occhi ma c'era una luce fortissima che mi impediva di tenerli aperti, passato qualche minuto misi a fuoco ciò che avevo intorno, mi trovavo in una stanza d'ospedale su un lettino. Cercai di pronunciare qualche parola: - dove sono? cosa ci faccio qui?-
finita la frase entrò dentro la stanza una ragazza, che vedendomi scoppiò in lacrime , si rivolse a me chiamandomi per nome: - "_ _ _ _" grazie a dio ti sei svegliato! avevo quasi perso le speranze, ma ora sei qui sveglio davanti a me, si ringraziato il signore.
Udendola riconobbi subito la sua voce, una voce calda ed angelica, la voce di colei che mi aveva salvato.

#8 Guest_Sasuke Eternal Mangekyo _*

Guest_Sasuke Eternal Mangekyo _*
  • Ospiti

Inviato 07 September 2013 - 23:18

CITAZIONE
Titolo: Identity
Autore: Sasuke Eternal Mangekyo
Fandom: /
Rating: Giallo
Conteggio parole: 2112
Note: /

“Identity è il social network del futuro: grazie all'apposito C.A.S.C.O. sarai in grado di connetterti 24 ore su 24 e condividere in diretta streaming tutto ciò che ti passa per la testa. Esatto, hai capito bene perché il C.A.S.C.O. è in grado di leggerti nella mente e condividere ogni cosa, pensiero o emozione in tempo reale per far provare le tue sensazioni anche ai tuoi amici. Identity è il primo social network in grado di offrirti un'esperienza multimediale completamente diversa dagli altri perché è il primo sistema in grado di creare una complessa rete di persone completamente interconnesse tra loro.....”

Chiuse quell'annuncio pubblicitario, non sopportava lo stridio dì quella voce metallica. Identity era stato lanciato ancora qualche anno fa e aveva spopolato. Non esisteva quasi più nessuno che non aveva un profilo sul social network, eccetto lui. Per un detective non era certo il caso di condividere ogni cosa su Internet in modo che tutti la possano leggere. Il caso per cui era stato chiamato riguardava proprio il popolare sito, ma non aveva ricevuto molte informazioni. Il treno su cui viaggiava l'avrebbe portato dal suo cliente. All'improvviso un uomo alto dai capelli rossi e con occhi e occhiali marroni, tutto vestito di nero si presentò davanti a lui chiedendo se poteva sedere in uno dei quattro posti vicini. La carrozza era vuota, c'erano un sacco di posti liberi. Nonostante tutto il detective acconsentì. L'individuo si sedette davanti a lui. Poco dopo allungò la mano e disse “Piacere, Sam Waters”, era il suo cliente così il detective fece allo stesso modo. “Molto piacere, il mio nome è Wilson Smith” e dopo una breve interruzione riprese “Ovviamente è un nome falso, nella mia posizione non fornisco mai dati che possono servire a scoprire la mia identità. Per semplificare può anche chiamarmi S”. Il suo cliente sorrise. “Certamente, arrivo subito al sodo: c'è stato un furto di dati al sistema Identity”concluse . Il detective strabuzzò gli occhi. Sam iniziò a spiegargli che si trattava di un furto di identità, interi profili erano stati rubati. Nel social network i profili venivano chiamati “identità” proprio perché in essi era contenuto tutto ciò che identificava quella persona, emozioni comprese. S si dichiarò sorpreso, ma disse che non era l'uomo giusto perché non era un esperto di sistemi informatici. “In realtà lei è l'uomo ideale. Sappiamo molto bene che non si occupa di informatica, per questo le affiancheremo i migliori esperti del settore, tuttavia abbiamo il sospetto che dietro a tutto questo ci sia un attacco da parte di un'organizzazione anti-governativa e vogliamo che lei scopra l'identità di questi individui”. Il caso era interessante, una degna sfida ad un detective del suo calibro. Accettò. I due scesero alla fermata successiva, ad aspettarli c'era una scorta che li avrebbe portati al quartier generale in cui S avrebbe potuto svolgere le indagini.
Il quartier generale era un'enorme grattacielo azzuro la cui sommità si stagliava oltre le nuvole. La hall era piuttosto affollata, la costruzione conteneva moltissimi uffici. Senza perdere troppo tempo gli uomini della scorta lo condussero all'ascensore centrale che lo portò fino ad uno degli ultimi piani. Li Sam gli presentò l'altra persona al lavoro sul caso: un hacker professionista di nome Joan Fiennes. Joan era un tipo basso, biondo con due piccoli occhi azzurri che facevano capolino attraverso le spesse lenti degli occhiali tondi che portava. Un tipo piuttosto bizzarro nel vestire visto che abbinava combinazioni di colori improponibili. Era al lavoro già da un paio di giorni e affermava che il sistema era troppo ben protetto per aver subito un'azione di hacking da parte da un gruppo esterno. Inoltre, questo genere di operazioni, lasciano delle tracce che un esperto come lui avrebbe notato subito. Tuttavia Joan aveva accesso solamente al primo livello del sistema, che per ovvi motivi era diviso in più livelli a cui solo determinate persone potevano accedere. "Quindi lei mi sta dicendo che tutti pensano che ci sia stato un attacco quando in realtà non c'è stato, dico bene?" chiese "S". L'hacker scosse il capo per fargli capire che gli dava ragione. Con tono deciso il detective iniziò a parlare "E' chiaro che l'attacco non è stato fatto da un'organizzazione anti-governativa come mi era stato detto. Non è stato un attacco esterno, bensì interno". "E' la stessa conclusione a cui sono giunto io - continuò l'hacker - tuttavia per svolgere ulteriori accertamenti ho bisogno dei codici d'accesso ai livelli 2 e 3 del sistema, non chiedo l'accesso al quarto livello: quello dell'IA centrale perché so che quei codici ce li hanno solo gli sviluppatori originali del sistema Panopticon ". Sentito quel nome il detective strabuzzò gli occhi, il Panopticon esisteva davvero? Panopticon: il sistema di controllo definitivo. Le altre persone presenti, tutte vestite di nero come Sam, si riunirono un momento e decisero di comune accordo di fornire a Joan i codici d'accesso per i livelli 2 e 3. Quest'utlimo afferrò per il cappotto "S" e con voce suadente gli disse di seguirlo. Lo condusse nel luogo in cui si trovava il computer centrale dove avrebbe inserito i codici d'accesso. I due erano soli, "S" non era sicuro di potersi fidare del suo partner, tuttavia moriva dalla curiosità e decise di chiedergli maggiori informazioni su ciò che aveva udito poco fa e se le voci che aveva sentito erano vere. Questo gli disse di si, il Panopticon era ciò che stava dietro ad Identity, infatti gli utenti del social network sapevano che tutto ciò che pensano o immaginano finisce in rete, tuttavia Identity possiede una sorta di filtro e non tutto viene pubblicato. Questi dati sono comunque spiati dal Panopticon: una complessa intelligenza artificiale il cui unico compito è quello di sorvegliare tutti i milioni di utenti connessi al sito e riferire qualsiasi attività sospetta, secondo le leggi vigenti, al governo che avrebbe preso i dovuti provvedimenti. Solo così era possibile garantire il delicato equilibrio di pace e serenità in cui viveva la gente. Grazie ad Identity, e più precisamente al Panopticon la gente non si comportava più come voleva, ma come veniva ritenuto giusto dall'opinione pubblica. Ormai assumere un atteggiamento simile era diventato la normalità per le persone, che si adattavano senza proteste alla pratica pur di avere un profilo sul social network. Queste però non sapevano del Panopticon, ma lo facevano perché anche Identity svolgeva un ruolo simile visto che il C.A.S.C.O. Inviava tutti i datti al sito che li pubblicava nel profilo. Cosa avrebbero pensato gli amici se avessero fatto o addirittura pensato qualcosa di sbagliato? In passato, “S” aveva già sentito voci di un progetto del genere, chiamato in codice P, ma non pensava che qualcuno l'avesse mai realizzato. Che ci fossero loro dietro a tutto quanto? Passarono delle ore e mentre Joel svolgeva egregiamente il suo lavoro esaminando dati nei livelli 2 e 3, S sorseggiava una tazza di caffè bollente. Non poteva fare a meno di pensare, perché l'avevano chiamato li? Bastava Joel a svolgere tutto il lavoro, lui non faceva nulla di particolare.
Alcuni giorni dopo, l'hacker aveva finito e, ancora una volta non aveva trovato nulla. Il detective era sempre più convinto che i dati fossero stati rubati dall'interno ma il suo partner continuava a ripetere che non c'era nessuna traccia nemmeno di questo. Non erano stati nemmeno cancellati. I dati erano spariti, senza lasciare traccia. L'ultimo posto in cui guardare era l'IA, al quarto livello. Quando i due proposero l'idea a Sam e agli altri uomini, questi inizialmente si rifiutarono dato che, per accedere all'ultimo livello bisognava ottenere i tre codici d'accesso dei tre sviluppatori del Panopticon, e questo non era possibile visto che uno di loro è mancato. “Mi sta dicendo che è morto?” chiese S spazientito, anche se la cosa iniziava a farsi interessante. “Esattamente – rispose Sam – è morto circa un mese fa, ma il corpo è stato ritrovato solo una settimana fa” continuò. S disse che c'erano troppe coincidenze e che secondo lui era un omicidio. “Anche noi abbiamo considerato questa ipotesi, ma gli accertamenti hanno dimostrato che si tratta di suicidio” disse Sam abbattuto e spiegò che un codice solo non bastava, servivano anche gli altri due per accedere al nucleo dell'IA. “Inoltre gli altri due sviluppatori non hanno ricevuto intimidazioni o minacce, e nessuno in questo periodo ha tentato di fargli del male”. Il detective pensò che qualcuno conoscesse gli altri due codici e che avesse bisogno solamente di quello e dopo averlo ottenuto ha ucciso lo sviluppatore, per evitare che avvertisse il governo che uno dei codici era stato rubato. S chiese a Sam se era possibile che gli sviluppatori conoscessero anche i codici degli altri, ma questo negò: ognuno di loro sapeva esclusivamente il proprio codice. S chiese al suo cliente se ci fosse stato qualcun altro a conoscenza dei codici, questi negò. Joel disse che per verificare questa ipotesi era necessario entrare nel quarto livello e controllare la data dell'ultimo accesso, ma avevano bisogno delle password. Le indagini si bloccarono e ripresero solo qualche giorno dopo, quando Sam e gli altri uomini vestiti di nero decisero di dar ragione a Joel e chiamare gli sviluppatori affinché riprogrammino il sistema in modo da poter entrare solo con due codici. Il detective si chiedeva se fosse possibile e Sam, che delle volte dava l'impressione di saperne fin troppo sull'argomento, gli rispose di si perché avevano previsto un'eventualità del genere.
Tre giorni dopo arrivarono, portavano delle maschere. La loro identità non doveva essere assolutamente scoperta. Armeggiarono con il computer centrale per un paio d'ore e alla fine riuscirono a sbloccare l'accesso al quarto livello. La prima cosa che l'hacker e gli altri controllarono fu la data dell'ultimo accesso che, con loro grande sorpresa, risaliva ad esattamente tre mesi fa: la data dell'ultimo controllo da parte loro. Nell'IA erano registrate scrupolosamente tutte le operazioni compiute, e non c'era nulla che potesse ricondurre ad uno spostamento o un furto di dati. Il perché era chiaro: i dati sono sempre stati nello stesso posto, non sono mai stati rubati o spostati. Il Panopticon era impenetrabile per chiunque. “Ma allora a che scopo tutto questo?” si chiese S. Le sue riflessioni vennero bruscamente interrotte dal rumore di spari e, improvvisamente, i suoi colleghi caddero a terra. Morti. Gli si gelò il sangue, sapeva che anche a lui sarebbe capitata la stessa sorte. “Mani in alto signor Wilson Smith, o dovrei dire Tony Montana? Sono un po' confuso....”. Era sorpreso, come poteva conoscere il suo vero nome? Mise in alto le mani che vennero prontamente afferrate a ammanettate dagli uomini in nero. Era stato Sam a parlare, aveva un ghigno malefico stampato in faccia e continuava a girarsi un anello dorato sull'anulare. Su quell'anello era raffigurata una piramide con un occhio sulla sommità. Tony capì tutto, l'avevano trovato. “Hai organizzato davvero un bel teatrino per catturarmi” disse lui rivolgendosi a Sam. “In realtà abbiamo fatto tutto questo per riprenderci il Panopticon, in fondo quella è una nostra idea. Quelli sciocchi l'hanno privatizzata ma adesso che siamo connessi al nucleo centrale possiamo fare ciò che vogliamo e riprenderci il sistema, così non abbiamo più bisogno di loro”, rispose Sam con sufficenza. Il detective sorrise e intuì che anche lui avrebbe fatto la stessa fine. Ma Sam gli disse che l'avrebbero salvato, essendo un ex membro degli Illuminati meritava un “trattamento di favore”. “Il Panopticon non è l'unico modo che abbiamo per controllare le persone e i governi, ce ne sono molti altri. Dai dati che raccogliamo tutti i giorni ci accorgiamo che la gente non pensa più, ed è la cosa migliore per noi. Quelli come te ci sono molto utili, ma vanno addomesticati prima” continuò. Gli Illuminati hanno cercato di controllare il mondo per secoli, e finalmente c'erano riusciti. Anche Tony Montana era uno di loro, che tuttavia si era ribellato perché non riteneva giusto ciò che facevano. Ma sapeva che non avrebbe potuto scappare e combatterli per sempre e che alla fine l'avrebbero preso. Quel giorno era arrivato.
Legato ad un tavolo da laboratorio, un computer stava trafficando nella sua testa per creargli un'identità tutta nuova, al servizio dei suoi padroni. Risparmiato solo perché aveva la capacità di pensare, chi sarebbe diventato? Non lo sapeva, e non gli importava più ormai. Sarebbe stato solamente un'altra marionetta nelle loro mani nel triste mondo in cui nessuno possiede più un'identità tutta sua.

#9 Guest_Dolan. _*

Guest_Dolan. _*
  • Ospiti

Inviato 08 September 2013 - 00:31

CITAZIONE
Titolo: Un coltello nella pancia
Autore: Dolan.
Fandom: //
Rating: Rosso (linguaggio scurrile)
Conteggio parole: 896
Note: //

«Sei proprio uno stronzo, Carl.»
«Scusami? Ripeti quello che hai detto, se hai le palle.»
«Ho detto che sei uno stronzo. Un grandissimo, enorme pezzo di stronzo. Come hai potuto fare quello che hai fatto dopo tutto quello che abbiamo passato insieme? Pensavo fossimo amici.»
«“Fare quello che hai fatto”? Cosa intendi? Averti forse impedito di vedere quella donnaccia di Sarah? Dovresti essermi riconoscente, altroché.»
«Sarah era l'amore della mia vita.»
«Era una puttanella, Steve! Accetta questa cazzo di realtà. Non avreste mai avuto un futuro insieme. Praticamente ti ho impedito di vivere uno schifo di vita, e neanche mi ringrazi. Sono davvero senza parole.»
«Giusto, dai, cosa ne vuoi sapere tu dell'amore? Hai mai amato qualcuno in vita tua? No, infatti, la risposta è no, ce ne vuole per amare uno come te, con un buco al posto del cuore. Sarah era tutto quello di cui avevo bisogno, e tu hai rovinato tutto.»
«Mi stai dicendo che avevi bisogno di fare l'amante a tempo pieno? Di rischiare il culo ogni volta che quell'idiota di suo marito vi stava per scoprire? Di essere “amato” sempre di nascosto e di fretta perché “sai, una riunione non dura più di un'oretta, non vorrei che si insospettisse...”. Per favore. Questa roba fa schifo e lo sai quanto me.»
«Tu non sai un cazzo! Sarah voleva mollare quell'imbecille per stare con me, avremmo vissuto felici, se tu...se tu...»
«Oh, fantastico! Sarah lascia il marito e porta a casa tua quelle due scimmie urlanti di figli che si ritrova. Bravo, Steve, che bella mossa! O forse dovrei chiamarti paparino? Quella era la vita che volevi? Io direi che quella sarebbe stata una vita di merda.»
«STAI ZITTO!» - Steve divenne paonazzo - «Non so davvero con che faccia possa permetterti di essere così insolente. Cazzo Carl, ti conosco da una vita, ma davvero questo da te non me l'aspettavo. Anzi no, aspetta, ti ricordi quella sera al college, a quella festa, quando avevo puntato quella bionda da paura? Tu mi hai fatto bere come un pazzo quella sera. Sono finito a vomitare con la faccia nel cesso tutta la notte, altro che la bionda. Ed era colpa tua anche lì...»
«Tu sei fuori, Steve. Che cazzo vai a tirare in mezzo? Sono passati trent'anni da quando eravamo al college, eh. E comunque non sono stato io a farti bere quella sera. Eri tu che volevi fare il grosso davanti a quella ragazza, quindi ti sei attaccato alla vodka e hai fatto fuori più bicchieri di un alcolista. Io non c'entro proprio un accidente.»
«Eri tu che mi riempivi i bicchieri. Io bevevo solo perché trovavo il bicchiere pieno, stando a quel poco che mi ricordo. E mi ricordo che tu, con quel tuo sorriso da stronzetto, te ne stavi lì a guardare.»
«Il sorriso da stronzetto era lì con te mentre vomitavi anche l'anima. Pensi davvero che se avessi avuto cattive intenzioni sarei stato lì a godermi quello spettacolo schifoso? Potevo uscire, magari per andare a provarci con la tua amica bionda.»
«Strano che tu non lo abbia fatto, perché mi aspetterei anche questo da te. No! Aspetta» - Steve si zittì, e si poteva sentire il suo cuore battere veloce - «Ora ho capito tutto. Faccia di merda che non sei altro. Ecco perché hai mandato all'aria la mia storia con Sarah. La volevi per te!»
«Ma che cazzo dici, Steve? Riprenditi, seriamente.»
«Taci. Ne sono sicuro, sì, ho visto come la guardavi quando te l'ho presentata, era quel tuo sguardo malizioso! Volevi la mia Sarah e l'hai allontanata da me per questo! Sei il solito. Vai a fidarti di uno come te, non ti affiderei niente, e tu ti sei permesso di togliermi quello che più amavo a questo mondo!»
«Steve, te lo ripeto con tutta la calma di questo mondo. Non voglio la tua cazzo di Sarah. Ho fatto in modo che si allontanasse da te perché non era la donna giusta per te, e sai che odio vederti soffrire.»
«TUTTE BALLE! Ammettilo, cazzo, ammettilo. Hai fatto tutto questo per il tuo tornaconto personale, perché sei malvagio nella tua indole, perché la felicità delle persone ti fa stare male e la mia anche più di quella degli altri! Tu mi odi, ammettilo, tu non speri altro che la mia rovina, tu vuoi prendere il sopravvento su di me! Sei malvagio, sei pazzo, sei...»
«Sei proprio uno stronzo, Steve.»
La mano si levò e andò a colpire in pieno lo zigomo. Lo schiaffo, sonoro come pochi, risuonò per tutta la stanza.
L'uomo si alzò dal letto, scosso, e raggiunse lo specchio. Si guardò la mano, rossa e ancora vibrante. Poi i suoi occhi si posarono sulla guancia: le cinque dita, le sue cinque dita, erano stampate sulla pelle pallida. I segni pulsavano, sembrava che urlassero.
L'uomo sbuffò. Aveva capito quello che era successo. Era sempre successo, da che ricordasse, ma ultimamente succedeva più spesso del solito. Aveva paura per la sua incolumità, temeva che Steve o Carl potessero piantargli un coltello nella pancia con la stessa facilità con la quale si urlavano contro. “Ma tanto, cos'ho da perdere ormai...”
Con passo strisciante tornò nel letto, guardò quella stanza d'ospedale che era stata la sua casa per ormai troppo tempo, chiuse gli occhi e cercò di addormentarsi.

#10 Guest_ciel _*

Guest_ciel _*
  • Ospiti

Inviato 08 September 2013 - 05:04

Chiudo, a domani per le votazioni!



#11 Guest_ciel _*

Guest_ciel _*
  • Ospiti

Inviato 08 September 2013 - 16:27

Addenda: l'utente ƒlaMe mi ha fatto sapere che Noyè gli aveva concesso una proroga fino a mezzogiorno.
Io non lo sapevo, ma visto che mi ha contattato per MP provvedo io ad aggiungere il suo lavoro.

CITAZIONE
Titolo: Aspettava da molto quel momento.
Autore: ƒlaMe
Fandom: No
Rating: rosso
Conteggio: 1090
Note: Visto che il tema è l’identità,ho pensato di scrivere una storia ,inventata,su me stesso.

La spiavo incessantemente,come se la vita durasse per sempre,steso come essa, sul prato pieno di rugiada. Era la ragazza più affascinante che io abbia mai visto,si chiamava Amy,i capelli raccolti color nocciola,aprivano la vista ai suoi occhi socchiusi,come se facesse finta di dormire,le labbra carnose sul suo viso vellutato,la facevano apparire più piccola di quel che era.
In quel prato non c’era anima viva,solo l’erba e due alberi,uno vecchio, uno invece “giovane” e, apparte qualche animaletto in una casetta diroccata,c’eravamo solo noi.

Il ricordo più bello della mia vita..svanì nel nulla proprio lo stesso giorno.

Quella notte era più buia del solito,solo uno spicchio di Luna,nascosta da grandi nubi,rendevano visibile quel poco che c’era in quel prato. Nascosto dietro un albero continuavo a spiare Amy,ma avendo paura di qualche possibile temporale,svegliai la ragazza e gli dissi: “Amy,Amy!” ,muovendogli freneticamente il braccio. Appena aprì gli occhi ,continuai: “Amy,fra un po’ pioverà,meglio ripararsi sotto l’albero.”
Scosse la testa e fece segno di sì. Arrivati sotto l’albero,sentì squillare il cellulare,era il mio. Lo guardai,era un numero anonimo,risposi: “Pronto? Chi parla?”. Non rispose nessuno,si sentivano solo rumori di sottofondo simili alla pioggia..riprovai: “Pronto? Perché mi ha chiamato?”. Finalmente sentì delle parole..
“Andrea.”
“Si sono io,perché mi ha chiamato?”
“Amy.”
“E qua con me. Cosa vuole?”,gli chiesi per l’ennesima volta.
“Morirete.”
Si interruppe la telefonata. Amy mi guardò e mi disse:”Chi era?”, gli risposi: “Avevano sbagliato numero,tranquilla”
Ero preoccupato ,ma pensavo che sicuramente era uno scherzo. Mi tolsi da sotto l’albero per vedere se aveva finito di piovere ma,appena misi fuori il piede, sentì un colpo: “BOOOOM”
Balzai in aria ,spaventato. Aveva finito di piovere,ma sentivo un bagnato dietro la testa,mi toccai,feci luce con il cellulare sulla mano e vidi che quel liquido non era acqua,ma..sangue.
Mi girai automaticamente e vidi Amy,stesa atterra come la mattina di quel giorno. Come se dormisse,provai a “svegliarla”, “Amy! Amy! “ gridai,sapevo che ormai era in fin di vita. Mi rispose: “Andrea.”
Mi scappò una lacrima,“ Amy! Vado a chiamare qualcuno!” ,mi alzai,ma la mano della ragazza mi fermò, “No. Andrea. Aspettavo da tempo questo momento..resta qua con me.”
“Quale momento?!” .La mano di Amy cadde a terra e,con essa,anche la sua testa..era morta.
Ormai era tardi e, ironicamente,con voce cupa e triste,gli dissi: “Sai che oggi..ti ho spiato tutto il giorno? “ e continuai singhiozzando: “ E sai che ho pure scritto una poesia,la vuoi sentire?” .
Cercai ,con rapidità,la poesia,ma mi era caduta a terra. La raccolsi,ma tutta fradicia,non riuscì a leggerla.
Continuai a parlargli,come se fosse ancora viva: “Amy,lascia stare la poesia. Ti volevo solo dire che..ehm..sai,è difficile da dire! Ehm..ti amo.”
Appena dissi le parole “Ti amo”,mi venne una fitta al cuore,così forte che svenni.

Il mattino dopo



Mi svegliai.. diedi un bacio sulle labbra ad Amy e,non sopportando l’odore che emanava,mi allontanai . Mentre mi alzai,chiamai la prima persona che mi venne in mente cioè suo fratello,per farlo venire e per raccontargli dell’accaduto ,ma senza parlargliene via telefono.

Dopo la chiamata,arrivò suo fratello. Per prima cosa mi guardò e mi disse,con aria vivace: “Hey Andre! Cosa devo vedere?”
Gli indicò la sorella con lo sguardo. Matteo la guardò e la vide atterra con un colpo al petto.
“Cosa gli hai fatto,brutto figlio di pu..” , ma ripensandoci capì che non ero stato io.
Poi disse con voce singhiozzante:” C-Come è successo?”
“Non lo so! Uno mi ha chiamato e mi disse che dovevamo morire e poi,subito dopo la telefonata,sentì il colpo di pistola e vidi Amy stesa atterra.”,dissi freneticamente.
“Chi ti ha chiamato?”
“Non so.”
“Aveva la voce cupa?”,mi disse imitando,alla perfezione ,la voce.
“Si! Tu come fai a saperlo?”
“Ah bhè,si da il caso che ero io!”
Estrasse la pistola e me la puntò sulla testa.
“Sai,Amy non è mia sorella,è una ragazza che trovai in un cassonetto della spazzatura. L’ho tenuta in casa mia per tredici anni da quando aveva un anno,dandogli da mangiare,bere,tutto quello di cui aveva bisogno! Ma quando raggiunse i quattordici anni,vedendola spogliarsi e toccarsi nelle parti intime ogni santo giorno,non riuscì a contenermi e la molestai sessualmente. Così dopo un anno,tremendamente spaventata..” ,disse ridendo. “Decise di scappare di casa e venne in questo prato,la osservai per due giorni,fino a ieri. Vedendoti con lei ed essendo geloso,ti chiamai per spaventarti e poi decisi di uccidere Amy.”
“Tu brutto..” ,cercai di dire con aria furiosa.
“Ahahah! Questa è la vita caro mio.”
Spostò la direzione della pistola e me la puntò sull’addome.
“Tu mi stai simpatico caro,non ti faccio morire subito,morirai se il fato lo desidererà.”
“Adios amigo!” , mi sparò, ridendo freneticamente.
Caddi a terra e ,pur essendo in fin di vita,vidi Matteo portarsi via Amy.

** *

“Hey Andre. Alla fine hai scoperto perché aspettavo quel momento”
“S-Si.” ,dissi a stento a dire.
“Ora sei qui con me,stacci per sempre!Così da poter rivivere quei giorni bellissimi,soprattutto l’ultimo che è stato magnifico!
“Ma vuol dire che son morto?”
“Questo lo decidi te,o mi vendichi o muori restando per sempre con me.”
“No,Amy!”,dissi piangendo.
“Ho capito,vai..”
“Amy!!”

** *

“Non ha molto tempo! Muoviti con quella barella” sentì con voce ovattata.
“Si sta svegliando! Ragazzo ora ti portiamo con noi e quando ti sentirai meglio risponderai ad alcune domande,ok?” ,mi disse gentilmente.
“Io non capendo molto di quel che aveva detto,scossi la testa facendogli segno di sì.

Una settimana dopo



“Ciao.”,mi disse Mike,un ispettore che conobbi nella settimana all’ospedale.
“Non puoi entrare.”,risposi.
“So che sei arrabbiato e lo capisco,ma mi devi spiegare cosa ti è successo.”
“Ok.”
Gli raccontai l’accaduto e rimase a bocca aperta.
“E tu sai dove abita questo..Matteo?!”
“Si.”
“Allora dimmelo che ci andrò subito”
Alzai la mano e dissi: ”Ok. Ma devo venire anche io.”
“No,troppo pericoloso.”
“Nulla ormai mi spaventa.”
“Capisco,dai..dimmi dove abita e ci andremo subito.”

Verso sera


L’ispettore Mike urlò nel megafono davanti alla casa di Matteo.
“Signor Matteo Sanatario! E’ pregato di uscire dalla sua casa senza esitazioni.”
Si vide una figura uscire di casa.
“Corsi verso Matteo..
“No,Andrea!” urlò Mike.
Presi la pistola rubatogli a Mike e quando fui davanti a Matteo,gli dissi: “Sai,aspettava si ,da molto quel momento. Ma anchio aspettavo un momento,sai?”
E lui rispose con aria ironica: “Quale? Natale così Babbo Natale ti porterà un regalo?”
“Argg!!!! “ ,gli sparai un colpo in testa uccidendolo.
“No,Andrea..” disse Mike che poi continuò urlando nel microfono,”Andrea Ferrara! Sei in arresto per omicidio,venga con noi.”

** *

Arrivato in carcere ,Mike mi disse le ultime parole: “Hai vendicato la tua amica,ma ora nessuno potrà vendicarti,Andrea. Goditi quel che aspettavi da tempo.”



#12 Guest_noyé _*

Guest_noyé _*
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Inviato 08 September 2013 - 16:41

Sì, confermo la cosa! Mi sono ovviamente dimenticato di dirlo.



#13 NickreT

NickreT

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Inviato 11 May 2020 - 05:15

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#14 DavinBop

DavinBop

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#15 Kevenpa

Kevenpa

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#16 AldenKl

AldenKl

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#17 Jerodmut

Jerodmut

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Inviato 15 May 2020 - 15:03

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#18 Ridgevar

Ridgevar

    Prescelto del Keyblade

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Inviato 15 May 2020 - 15:26

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#19 Jerodmut

Jerodmut

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Inviato 15 May 2020 - 15:30

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#20 Jerodmut

Jerodmut

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Inviato 15 May 2020 - 15:42

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